Le tracce

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Giorgio è seduto da quattro ore davanti al suo Mac e clicca…. clicca…. clicca…. a scontornar una rosa, sente il suono della notifica – accidenti dov’è? – , lo trova sotto il moleskine, quello prezioso dove scrive numeri di telefono, prende appunti , lascia tracce di sentimenti. E’ un sms di Rossana, gli scrive che si libera per pranzo e che possono mangiare insieme. Legge e tutte le volte pensa che deve inventarsi qualcosa, questi sms deve nasconderli nella sua doppia vita, intanto risponde a Rossana, si vedranno al solito posto. E’ già seduta al tavolo e quando lo vede posa il cellulare, stava per scrivergli un sms. Si baciano e si guardano , Giorgio prende un po’ di pane e, mentre aspettano il cameriere, le parla della sua preoccupazione, restano in silenzio a riflettere, Giorgio pensa al numero due al doppio al parallelo e arriva la soluzione, comprerà un’altra scheda e un nuovo cellulare identico al suo e lo userà solo per lei, quando  Valeria lo vedrà non sospetterà di nulla. Giorgio passa da un cellulare all’altro ormai da mesi e sembra funzionare, Valeria è abituata a non veder mai in giro il telefono del marito, lo tiene sempre in tasca, ogni tanto lo usa.

Lui trascorre molto tempo a casa della madre anziana e spesso rimane a dormire,  quella sera ha un po’ di febbre e dopo averle dato la buonanotte va a letto, manda un sms a Rossana e si addormenta. Anche Marta decide di fermarsi dalla nonna, ha fatto tardi con gli amici e non sa come tornare a casa sulla collina, non ha sonno e il suo telefono è scarico, quando passa davanti alla camera del padre vede due cellulari identici lì per terra accanto alle pantofole, non se ne meraviglia e ne prende uno, non è bloccato, va in camera sua, vuole chattare un po’ ma comincia a leggere gli sms , l’attenzione si sveglia la scuote, rilegge è  incredula, rilegge è arrabbiata, rilegge è disgustata. Per placare la sua smania scrive , il padre diventa uno stronzo l’amante una puttana e lascia anche lei la traccia di un segreto.

Nei due anni che seguono i segreti restano al posto loro e intanto la famiglia lascia la casa sulla collina, Valeria lascia il terrazzo dove si fermava sempre , anche per un solo momento, a respirare. Tornano a vivere con la madre di Giorgio, hanno provato per due anni a vivere per conto loro, c’hanno provato a ricominciare, c’hanno provato a lasciarsi, hanno deciso di ritornare.

E’ un pomeriggio d’agosto e Valeria è in casa, cerca la pazienza che ha ed entra nella camera delle ragazze, con lo sconforto che monta inizia a sistemare montagne di panni, mutande che tracimano dai cassetti aperti , poi guarda la scrivania e in mezzo a quel di tutto un po’ spunta un quaderno che non conosceva, è di Marta. Non ha un momento di esitazione, apre il quaderno, del resto lo ha sempre fatto e Marta, che ha voluto che lo facesse, ha sempre lasciato i suoi blocchi note bene in vista. Valeria sfoglia, guarda con compiacimento i disegni che riempiono disordinatamente le pagine e si sofferma sugli appunti, è un colpo sordo sentire la rabbia di Marta e torna indietro di sei anni, si ritrova, svegliata malamente da un sogno, nella veranda in piena notte che rovista nel cestino della carta, trova un post-it, vuole credere che quello che legge sia stato scritto per lei :”virtualmente tuo”, ma dura poco,non c’è modo non c’è verso, passa alla cartella trova il moleskine e  le si annebbia la vista. Legge di un amore, di emozioni che stordiscono che non lasciano molto spazio per altro. Va da Giorgio e lo picchia nel sonno.

Sono passati sei anni , dopo il tumulto il dolore la disperazione il trance la resa alla fine, Valeria li ha attraversati ed è ancora lì senza voler seguire alcuna traccia perché tutte così lievi da farle dileguare nella disattenzione, ora però ne ha trovata una grave come una zampata, decide di farne copia l’indomani in ufficio, ripiega i fogli e li mette nella tasca del suo cappotto. Quando in serata rientra Giorgio, Valeria cerca di spacciare la sua cupezza per il solito malessere ma Giorgio entra in funzione percettiva amplificata e sa che non è vero. Sono inquieti, sono muti, Valeria gli da la buonanotte e va a letto, si addormenta dopo molto quando Giorgio soffocando un urlo la sveglia e le lancia i fogli  che ha trovato nella tasca del suo cappotto e ripete tra i denti serrati “ancora, un’altra volta, ancora!!”

La valigia di Valeria però resta vuota, migliaia di volte si è vista scegliere le cose da portar via subito, le altre con calma a sangue freddo. Ma resta lì e non pensa mai alle tracce disseminate che sono ancora in attesa, comprese le sue.

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Cellule maligne

Sono le 20 e 20 Valeria è pronta, ha messo il cappotto e preso la borsa, Giorgio è impalato davanti al televisore, c’è quel ciclista che ansima e pedala e spiega. Giorgio è un po’ infastidito ma alla fine spegne e scendono. Valeria pensa che sono sempre gli ultimi ad arrivare a casa di Elena e Marco. E’ la casa dove sei coppie di quasi e ultra sessantenni si incontrano il sabato, e’ la casa dove  Elena non c’è più da un mese ma Marco li aspetta come sempre. Davanti al cancelletto  trovano Marco con Lea che ha srotolato tutto il guinzaglio e salta e corre e guarda inclinando la testa e lecca e scodinzola e morde la barba  e gli tiene un  po’ caldo il cuore che potrebbe raggrinzire.  Entrano in casa si baciano si abbracciano, ci sono tutti, mancano però Carlo e Gilda, Cazzo!! è successo di nuovo, cazzo!!  Hanno trovato cellule maligne nel corpo di Carlo, proprio mentre stavano uccidendo Elena. Si sussurra si consiglia si cerca su internet  si alza la voce: cazzo perché non fa la biopsia, cazzo perché non se ne va da questa città di merda! Gira voce che l’amico medico rassicura,  prescrive indagini e ancora indagini e ogni volta l’attesa, lunga l’attesa ma il quadro non è chiaro e allora altre indagini e ancora attesa. Ma Carlo intanto impazzisce di paura,non va quasi più il sabato in quella casa ma va al trigesimo di Elena, appena fuori scappa via, a casa sua si chiude. E’ una pietra non parla non chiede aiuto non risponde al telefono e se lo fa emette poche sillabe, grumi di parole sputa. Intanto ci si sveglia si mangia ci si lava si lavora si sfaccenda si ride si piange si parla si legge si dorme, tutto come sempre, ma le cellule maligne ora sono nel corpo di Carlo e si moltiplicano, ora è un brusio continuo ancora poco rumoroso, ma, lo sanno, li assorderà. gilbert-garcin-surrealism-in-black-and-white-2

L’attesa

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Elena non scende più resta a letto, la scala di pietra serena, bella come se fosse nuova, non può farla più, l’ultima volta Gino, il figlio minore, l’ha portata in camera in braccio, tanto piccola è diventata.

Marco è indistruttibile, così sembra, fortuna che ha perso il lavoro,  così sta sempre con lei, non dimentica una compressa uno spruzzo una carezza un abbraccio uno sguardo. Elena, ora, non parla più, lei che viveva di parole senza un inciampo, che sentiva oltre  l’espresso, vedeva oltre l’immagine, ora non può che vedere sentire la sua malattia che non da tregua, arriccia il naso storce la bocca quando arriva un dolore una nausea e cerca per stringere le mani di Marco, lo guarda e aspetta che le dica quello che deve fare e lei lo fa. Non si nasconde e, se può, ancora si informa “… e Carla e Marta che fanno? tutto bene?” ma la risposta la ascolta a metà.

Marco sa cucinare, lo fa anche con gli occhi che guizzano contenti, lo ha fatto per gli amici fino a tre mesi prima dell’aggravarsi di Elena.

Ogni sabato 5 coppie di vecchi amici si riunivano intorno al tavolo della cucina di quella casa color tortora, il colore di Elena, da tre mesi ancora si incontrano ma intorno ad Elena, affondata ogni sabato un po’ di più nel divano, che da lì descrive i sintomi pronta agli affondi agli affronti del mostro,  quel mostro che, però,  pian piano Elena fa accomodare al suo fianco ,  che cerca di blandire senza versare lacrime, senza mostrar paura, ma sofferenza astenia magrezza assenza. Elena deve affrontare il dolore ma vuole che il mostro faccia in fretta ormai.

in tangenziale

“sa che le dico? sono stanca, veramente stanca e se penso a quello che mi aspetta, ancora di più ”
“allora ne approfitti e si riposi, ne passerà di tempo prima di uscire dalla tangenziale”
“lo sto facendo! questa musica mi piace molto, deve sapere che la musica mi aiuta sempre”
“Le piace Johnny Cash?”
“Molto, lo sa perché vestiva sempre di nero? un po’ perché gli piaceva e un po’ per i poveri,per gli oppressi”
E rimasero in silenzio ad ascoltare fino a fine corsa.

johnny cash

« I wear the black for the poor and the beaten down,
Livin’ in the hopeless, hungry side of town,
I wear it for the prisoner who has long paid for his crime,
But is there because he’s a victim of the times. »
»
(Man in Black, Johnny Cash)

#inezie

E’ stanca, le gambe pesanti la trascinano un po’ ma non se preoccupa, sarà il caldo. Ne fa di cose, non rilevate non attribuite, si ripromette, dunque, di far correre la voce che fa poco o nulla per assecondare il sentire comune e di lasciare lì dove nasce quello che le viene in mente. Rumore di fondo come un acufene, avrebbe lasciato fare. Un proposito ce l’ha però, vuole rastrellare i suoi sorrisi e tenerli da conto, altrimenti come avrebbe potuto sorridere ancora e per due , attraversare la cascata di grigio che la investesorridere_6 quasi tutti i giorni, uno schizzo sul braccio, uno sputo sul viso, un pugno nello stomaco………

“Let all minds now take the middle path”

 

Le capitava spesso di finirci in mezzo, alla sua famiglia, in posizioni scomode:
-a braccia tese tra le invettive della madre e il furore del padre,
-spalmata tra la disperazione della madre e la rivolta del fratello,
-imbullonata tra la frustrazione del marito e l’orgoglio del fratello

e ancora…ma può bastare così!

the middle path l’aveva diminuita….

 

I tondi di Gilda

“Mi stai guardando? ti chiederai che sto facendo, starai pensando che sono bizzarra, forse pazza, ti meravigli del cappello che non cade, di quanto tempo riesca a stare piegata alla mia età, quei tre cerchi proprio non capisci cosa siano, se aspetti qualcosa capirai”
questo pensava Gilda mentre avvertiva gli sguardi e disegnava , sentiva le auto che la sfioravano, aveva scelto quel posto a rischio per sfruttare lo spessore del marciapiede.  Era tanto che non lo faceva più e voleva mettersi alla prova, di tondi nelle piazze della grandi città d’arte ne aveva disegnati e le mancava lo stupore della gente, aveva fatto un po’ di  prove a casa e riusciva a fare un tondo abbastanza tondo con i gessetti ed in quella posizione, su quel marciapiede avrebbe provato a rifare quello di miniesercizio-20Balla, quello di Birot e forse anche quello di Glamer, le sembravano tondo-glamerabbastanza semplici, ma i gessetti colorati li aveva lasciati a casa, starebbe tornata l’indomani, ora era stanca.

 

miniesercizio 20  @ScrivereC